Le persone hanno fiducia nella tua azienda?

HomeArticoliLe persone hanno fiducia nella tua azienda?

Avere fiducia aiuta a compiere le imprese più grandi

Chi di noi, guardando quel bimbo correre in bicicletta, sotta la guida attenta del padre, non contatta la fiducia che lo sostiene nei suoi spericolati tentativi di non cadere (ancor di più se non ha avuto modo di viverla)? E questo, nonostante le cadute e le ginocchia sbucciate, nonostante l’incertezza dell’equilibrio quasi impossibile da mantenere senza quella due rotelline di lato.

Poche parole, chiare e rassicuranti, presenza, prossimità, tempo e condivisione.

Ecco, la sensazione di aver fiducia è proprio questo: una mano e una parola che ci sono quando servono e ti lasciano spazio quando te la cavi benissimo da solo.

È sapere che quella mano sicuramente c’è, e che una parola di conforto o condivisione saranno in grado di reggerti, che fa la differenza nel nostro agire.

Non abbiamo fiducia per il caschetto e le ginocchiere, ma per l’amore e l’attenzione con cui ci sono state indossate.

È sentirsi importanti per qualcuno.

È la sensazione di protezione che aiuta ad avere coraggio e che sviluppa la fiducia in sé e negli altri.

 

Le persone hanno fiducia nella tua azienda?

Mi sono posta questa domanda dopo aver letto il Trust Barometer 2020, pubblicato da Eldeman, il rapporto che da 20 anni misura la fiducia nelle istituzioni a livello globale.

È emerso che le persone che lavorano hanno sempre più paura del futuro e non nutrono fiducia nelle istituzioni.

Il luogo di lavoro, però, è risultato essere il terreno fertile per combattere il sentimento della sfiducia.

L’indagine rivela infatti che per il 76% degli intervistati la relazione con il datore di lavoro è oggi quella che più merita un investimento in termini di lealtà.

Una buona notizia per le aziende.

Una nuova sfida per chi guida l’azienda e per il Direttore delle Risorse Umane nella costruzione di una relazione con i propri dipendenti.

Della fiducia, le persone hanno bisogno, in particolare ora, perché rappresenta il nutrimento di ogni relazione, con noi stessi e con gli altri.

Chi guida è chiamato, per ruolo e responsabilità, a garantire le condizioni di protezione, affinché la fiducia possa svilupparsi.

 

Come far crescere la fiducia all’interno delle aziende?

E questo è davvero il momento di farlo.

Ci sono tre fattori da considerare.

Il primo: occorre ristabilire un equilibrio tra il principio di efficienza e di prestazione con quello di responsabilità, perché la fiducia non è una questione di performance.

Il secondo: dedicare attenzione alle capacità emozionali e relazionali, come le doti intuitive, creative, immaginative, empatiche, che in presenza di troppa razionalità, non si sviluppano correttamente

Il terzo: la formazione. Imparare è una pratica che richiede tempo e non avanza alla stessa velocità degli altri processi organizzativi.

Non è sufficiente il saper fare perché si rimane in una soglia di già noto, conosciuto e prevedibile.

È il saper pensare ed il saper sentire, che nell’approccio formativo debbono essere favoriti, per fronteggiare al meglio, da parte di tutti, fenomeni inaspettati, come quello attuale, che richiedono doti predittive, intuitive e di innovazione davvero notevoli.

La formazione delle persone che lavorano (e non chiamiamole, riduttivamente, “risorse umane”) porta gli individui a porre le domande giuste per crescere: solo così il proprio contributo all’azienda diventa “imprenditivo”.

 

La parola che porta ad agire.

La parola, correttamente usata, è molto potente ed è indice di adeguatezza nell’affrontare una determinata situazione.

La parola è infatti capace di modificare i comportamenti, se accompagnata dall’esempio, dalla testimonianza: spingerci a rimanere a casa, farci sentire una comunità, darci una prospettiva, dare un significato a rinunce e sofferenze, fare le stesse cose in un modo nuovo.

Chi parla, chi scrive, ha il dovere di chiarire prima dentro di sé chi è, cosa vuole essere, a chi vuole parlare, quale obiettivo vuole raggiungere, come lo vuole raggiungere, con quali tempistiche, quali sono le difficoltà che incontrerà, come può superarle, quali non può superare.

La parola, quindi, richiede deduzione e verità per esserci allineamento tra ciò che si pensa, ciò che si dice e ciò che si agisce.

Solo così trapela autorevolezza comportamentale capace di trasformare sé, gli altri ed il contesto verso una direzione comune.

Solo così, chi ascolta ha fiducia in chi parla e in sé stesso nell’agire.  

Questo vale per il mondo politico, come anche per il mondo aziendale e personale.

In questi giorni i titolari e i manager stanno comunicando al personale, ai partner, ai fornitori.

Si utilizza la parola per spingere ad un sacrificio, per tenere alto il morale e guardare alla ripresa; si utilizza la parola per dire ai propri stakeholder che ce la faremo, si utilizza la parola per trovare un significato e intraprendere un percorso comune. Chiunque la utilizza deve comprenderne la potenza e i rischi. I rischi dell’utilizzo della parola diventano evidenti in periodi complessi come quello che stiamo vivendo.

Nell’utilizzo della parola è infatti insito il rischio della retorica, come luogo comune, della “vaga e artificiosa ricerca dell’effetto”, non seguito da fattive prese di decisione.

 

La parola che porta con sè inadeguatezza e menzogna.

 

La parola può rivelare l’inadeguatezza di chi la usa, ma può anche rivelare l’errata concezione di una situazione.

Definire “eroi” gli operatori sanitari o definire “guerra” questa pandemia, scrivere sui social “andrà tutto bene” con un arcobaleno di sfondo e usare altre metafore similari produce un senso di distanziamento dal problema. Chi usa queste terminologie scarica la responsabilità di una soluzione sull’eroe, sul combattente, sul fato. Chi usa queste terminologie arreca la causa di una pandemia a una causa di forza maggiore (una guerra, una bomba batteriologica) senza soffermarsi sulle reali responsabilità o cause. Parla senza dedurre.

 

Lo stesso tipo di retorica è rischiosa portando allo stesso tipo di disfunzioni nella comunicazione interpersonale e aziendale.

Definire “famiglia” il personale aziendale è poetico. Ma tu moriresti per il tuo personale come moriresti per tua madre, o stai solamente approfittando di questa metafora? E il personale che legge quella metafora, accorgendosi di questo utilizzo forzato del linguaggio, si sentirà avvicinato a te o si sentirà ingannato dall’utilizzo che ne fai compromettendo la fiducia che ripone nel tuo operato e nella tua sincerità?

Non ammettere che questo momento di stasi economica ha messo solo in luce distonie o mancanze strategiche, organizzative o finanziarie già presenti, suscita nei nostri interlocutori più fastidio, disaffezione e scetticismo, che impegno e voglia di farcela.

L’autorevolezza è, prima di tutto, un esempio, anche nell’esercizio di verità. Solo così l’utilizzo della parola è dignitoso, coerente ed efficace.

Solo così l’utilizzo della parola può motivare a non scoraggiarsi, a impegnarsi di più, a rispettare le restrizioni, a dare il proprio contributo per trovare una nuova soluzione.

Ad maiora semper.

 





Newsletter

Resta aggiornato sulle nostre novità

maschiofemmina